STATO & MERCATO nell'economia globalizzata ... aiuti pubblici per crack annunciati ...
Questo inizio del terzo millennio, unitamente al grave attentato terroristico dell’11 settembre 2001, sembra essere stato caratterizzato da una ricca serie di grandi crisi finanziarie su scala planetaria, delle quali non si vede ancora la fine, che dovrebbero indurci a qualche seria riflessione sul c.d. libero mercato, soprattutto con riferimento all’intervento pubblico in situazioni d’insolvenza.
Se è vero che la dottrina prevalente e le relative legislazioni, almeno con riguardo al mondo occidentale, preferiscono una economia liberalizzata senza alcuna interferenza dello Stato, convinti come siamo tutti che ciò costituisce l’unico metodo per perseguire la migliore concorrenza nel rapporto qualità-prezzo, sembra altrettanto vero che non ci può essere un libero mercato senza basilari regole comuni, condivise e collaudate.Quanto appena detto, soprattutto quando si assiste all’intervento dell’Autorità pubblica soccorrere massicciamente grandi imprese finanziarie private a rischio default, in presenza di crisi irreversibili, dobbiamo forse cominciare a dubitare della strada liberalizzatrice?
Personalmente penso di no!
Infatti, stiamo constatando che in presenza di crisi finanziarie estreme, l’intervento pubblico appare l’unica soluzione possibile: pensiamo ai subprime[1], alla nazionalizzazione dell’American International Group, il maggior gruppo assicurativo degli Stati Uniti, salvato dal fallimento dalla Federal Reserve in zona cesarini, la banca centrale americana, che ha garantito un prestito di 85 miliardi di dollari a fronte della contropartita rappresentata dal controllo dell’80% del capitale, con l’obiettivo di proteggere gli interessi delle locali autorità federali e di tutti i contribuenti americani.
A leggere e interpretare questi fatti sembra scorgere che siamo d’accordo alla economia di mercato solo quando le cose vanno bene, come:
· Quando vengono erogati compensi o stock options stratosferici agli amministratori o al management dell’impresa;
· Quando vengono distribuiti dividendi costruiti su utili fittizi[2];
· Quando a fine anno, in vista di un carico tributario per un imponibile consistente da dichiarare, vengono aggiustate le carte[3];
· Quando vengono immessi sul mercato “prodotti finanziari” che molto spesso nessuno capisce[4], affidandosi unicamente all’ingegneria finanziaria di qualche bravo imbonitore di fumo e senza alcuna verifica preventiva, questa si, dell’Autorità pubblica;
· Quando i rischi delle obbligazioni emesse, non sono compensati da capitali propri bensì parcellizzati fra i tanti investitori, sovente neanche Istituzionali.
A queste condizioni preferisco lo Stato, con la sua burocrazia elefantiaca, le tante inefficienze e altro ancora che ben conosciamo ma che almeno non fa beneficenza, come invece tocca fare – sia pure per evitare il peggio - per la tutela degli interessi di tanti ignari risparmiatori.
Il capitalismo di mercato va bene perché rappresenta il buon senso, la distinzione dei ruoli fra Stato & Impresa, fra chi rischia in proprio producendo ricchezza reale, posti di lavoro e aziende solide, in contrapposizione a chi progetta e costruisce illusioni producendo macerie. Dell’industria finanziaria, beninteso, non possiamo farne a meno: esiste da una parte la domanda (l’impresa reale che ha bisogno di liquidità per crescere e creare ricchezza), e dall’altra l’offerta del risparmiatore che cerca una remunerazione ai propri investimenti. Praticamente, chi compra il denaro per investire e chi vende denaro per vedere crescere il portafoglio e poi ci sono i speculatori senza scrupoli, dei quali ce ne ricordiamo solo in queste occasioni, la parte tossica, pericolosa, quelli che investono e lucrano sui capitali degli altri.
In questo grande mercato, occorre stabilire delle regole – che normalmente esistono e non c’è bisogno di invocarne di nuove ad ogni piè sospinto solo perché le stesse vengono violate – ma che, allo stesso tempo, si deve trovare il modo affinché le stesse vengano rispettate.
Quando ci capita, come ahimè ci è capitato di assistere a vicende come lo scandalo “Parmalat”[5] - [6], dove i falsi in bilancio hanno imperversato per anni, le appropriazioni indebite manco a parlarne in una grande e ramificata associazione a delinquere, e tutto all’insaputa di tanti, sicuramente di troppi cosa dobbiamo pensare?
C’è qualcosa che non funziona e che va, se non sostituito, sicuramente migliorato.
La Parmalat era ed è tornata ad essere un’azienda sana, con un qualificato know how, competitiva sul mercato mondiale perché ha fatto e continua a fare prodotti di qualità e questo a dimostrazione del fatto che il mercato libero nell’economia funziona.
Le regole, queste benedette regole …
Forse è la volta buona di darci una regolata.!!!
Casamassima, 24 settembre 2008
[2] Capitale apparente e dividendo gonfiato


