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TRACCIABILITA’ DEI PAGAMENTI: Non è tutto oro ciò che luccica


Una delle ragioni principali per motivare l’abbassamento della soglia per il pagamento in contanti, onde aumentarne la c.d. tracciabilità, anche a detta dei tanti autorevoli e qualificati osservatori sembra essere quella di assicurare una maggiore efficacia nella lotta all’evasione fiscale.


 


Trattasi questo, certamente di un  fine lodevole e condivisibile, nella comune consapevolezza che quella dell’evasione fiscale rappresenta il vero “tallone d’Achille”, per il nostro sistema Paese[1].


Contrastare l’evasione fiscale attraverso l’obbligo della “tracciabilità delle transazioni finanziarie”, al fine di ricostruire i movimenti dei flussi di denaro mediante le indelebili tracce lasciate da determinati strumenti di pagamento, può essere un metodo, non certo la soluzione.


Con la recente manovra di Ferragosto, la soglia fissata per pagare in contanti è stata portata ad euro 2.500,00, ma già si sta studiando un ulteriore intervento per portarla a 500 euro per meglio contrastare, si dice, il sommerso e l’evasione fiscale.


Tale preannunciato e ultimo provvedimento, comporterebbe un aumento esponenziale delle transazioni con moneta elettronica (carta di credito o pago bancomat) o con bonifico (per cassa o con addebito in conto) e, quindi una maggiore facilità per comprendere l’origine e la destinazione delle risorse movimentate sui conti correnti. A mio modesto avviso, l’accorgimento anzidetto, per quanto utile nel suo complesso, non appare risolutivo.


 


Voglio provare a fare qualche esempio.


 


Prendiamo il caso di un imprenditore (piccolo o grande che sia) che, con la istituzione e corretta tenuta delle previste scritture contabili, arriva all’appuntamento di fine anno, manifestandosi all’esterno – fornitori, banche e risparmiatori – attraverso la redazione del bilancio di esercizio.


E’ il momento, quello della fine dell’anno, di aggiustare le carte, a secondo dell’obiettivo prefissato


Tralascio gli aspetti più squisitamente patrimoniali, per soffermarmi, brevemente sul conto economico o, più precisamente, sulla sua credibilità, ovvero sulla sua possibile ed in qualche caso evidente manipolazione, avente lo scopo di perseguire, come è abbastanza noto, due sostanziali obiettivi, apparentemente contrapposti:


1. se le cose vanno bene e l’azienda produce ricchezza e quindi “dividendi”, alleggerire il carico fiscale, previo abbattimento dell’imponibile, attraverso la omessa annotazione di ricavi (con la costituzione di un conto extracontabile cui far confluire il c.d. “nero”) o annotando, più frequentemente (soprattutto per aziende di grandi dimensioni), costi totalmente e/o parzialmente fittizi.  In quest’ultimo caso, vengono simulati pagamenti con la emissione di assegni circolari che, nella realtà vengono puntualmente “restituiti” in contanti (con una leggera trattenuta del 10%);


2. se le cose vanno male, sia pure a causa di “distrazioni” continue perpetrate dagli amministratori (vicenda Parmalat, Cirio docet), bonificando somme in banche allocate in paesi off shore, oppure per particolari situazioni negative, di forti perdite (provocate o congiunturali), vi è l’esigenza di fare apparire una situazione florida, con lo scopo di guadagnare fiducia sui mercati, per il tramite del sistema bancario ed arrivare all’ignaro “risparmiatore” documentando risorse solo cartolari o presunte.


In ambedue i casi appena sommariamente descritti, possiamo vedere che la “tracciabilità dei pagamenti” non c’entra, laddove l’imprenditore, infedele al fisco e quindi agli obblighi tributari, costituendo un conto extracontabile – in genere intestato a congiunti e/o familiari stretti o comunque prestanomi – accantona gran parte del suo fatturato incassando “in nero” (e quindi con denaro contante) le vendite effettuate o prestazioni eseguite.


E allora, se questa è la situazione, quale potrebbe essere la soluzione?


L’ho detto e lo ripeterò fino alla noia (sub allegato 1), laddove ho indicato la figura del Sostituto d’imposta (leggasi Intermediario finanziario) sul risparmio amministrato dal mondo bancario e creditizio, potrebbe rappresentare il c.d. “Uovo di Colombo” nella infinita lotta all’evasione fiscale.


Sarebbe questa, la soluzione più semplice e di immediata applicazione con benefici effetti sulle casse erariali.


Provare per credere! 


inserito da Giovannifalcone il 2011-11-30 15:53:21
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