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Referendum, Saviano “il sì aiuta la mafia”, Falcone diceva l’opposto: “Giudice e pm devono avere carriere separate”

Referendum, Saviano “il sì aiuta la mafia”, Falcone diceva l’opposto: “Giudice e pm devono avere carriere separate”

Storia di Emanuele Larocca
Fonte: Baritalia News

Roberto Saviano sostiene che il sì al referendum sulla separazione delle carriere favorirebbe la mafia, una tesi duramente contestata perché ignora trent’anni di strumentalizzazioni giudiziarie e le parole di Giovanni Falcone.

Saviano attacca il referendum e accusa la separazione delle carriere

Secondo Roberto Saviano, la vittoria del sì al referendum sulla separazione delle carriere nella magistratura rappresenterebbe un colpo diretto alla lotta contro la mafia. Una tesi che viene presentata come l’ennesimo argomento contro una riforma che da anni divide politica, magistratura e opinione pubblica. L’assunto di fondo è che le organizzazioni criminali prospererebbero quando l’azione giudiziaria diventa più fragile, frammentata e, soprattutto, strumentalizzata a fini politici.

Nella sua analisi, Saviano sostiene che una magistratura separata tra giudicante e requirente sarebbe più esposta a pressioni e indebolimenti sistemici. Un ragionamento che, però, viene giudicato da molti come un’offesa all’intelligenza degli italiani, perché costruito su esempi contemporanei e decontestualizzati, come alcuni casi di cronaca giudiziaria recente, privi di una reale dimensione politica. Secondo i critici, si tratta di un’impostazione che evita accuratamente di affrontare il nodo centrale: il rapporto tra potere giudiziario e potere politico negli ultimi decenni.

I trent’anni dimenticati e il caso Palamara

Nel dibattito sollevato da Roberto Saviano, pesa l’assenza di qualsiasi riferimento alla vasta letteratura che riguarda i trent’anni precedenti, compreso il caso Luca Palamara. Un periodo storico in cui l’azione giudiziaria è stata spesso accusata di essere orientata da logiche politiche, con inchieste nate non solo per perseguire reati, ma anche per colpire avversari considerati scomodi.

In questo contesto, torna inevitabile il riferimento a Silvio Berlusconi, figura centrale di una lunga stagione in cui parte della magistratura è stata percepita come protagonista di una battaglia politica più che giudiziaria. Secondo questa lettura, la vera fragilità della giustizia non nasce dalla separazione delle carriere, ma dalla loro mancata distinzione, che avrebbe favorito commistioni, cordate interne e una gestione del potere giudiziario non sempre trasparente.

Da qui la domanda che i critici rivolgono a Saviano: chi ha davvero strumentalizzato l’azione giudiziaria negli ultimi decenni? E soprattutto, è credibile sostenere che una riforma ordinamentale possa automaticamente tradursi in un regalo alle mafie, senza fare i conti con il passato recente della magistratura italiana?

Le parole di Falcone che smentiscono Saviano

Se si accetta il teorema di Roberto Saviano, secondo cui la separazione delle carriere indebolirebbe la lotta alla mafia, allora bisognerebbe mettere in discussione anche le parole di Giovanni Falcone. Il magistrato simbolo della lotta a Cosa Nostra sostenne apertamente la necessità di una distinzione strutturale tra giudice e pubblico ministero, sia nelle competenze sia nel percorso di carriera.

Falcone denunciava il rischio che chi chiedeva questa separazione venisse etichettato come nemico dell’indipendenza della magistratura o come sostenitore di un controllo politico dell’azione penale. Una posizione che oggi appare sorprendentemente attuale e che entra in rotta di collisione con le tesi di Saviano. Se davvero la separazione delle carriere fosse un favore alle mafie, allora bisognerebbe ammettere che anche Falcone fosse in errore.

È su questo punto che l’argomentazione di Saviano mostra le sue maggiori crepe. La lotta alla mafia, secondo questa visione critica, non si rafforza mantenendo ambiguità e sovrapposizioni, ma chiarendo ruoli e responsabilità all’interno della magistratura. Un tema che va ben oltre gli slogan referendari e che continua a dividere profondamente il Paese.

1 commento

  1. Al netto dell’immutato rispetto e stima che nutro nei confronti di Roberto Saviano, io voto SI ma non voglio essere complice o aiutare la mafia.
    Per uscire dalle nebbie, voglio fare un esempio quando negli Usa – carriere separate – c’è una incidenza di condanne ai processi di circa il 75%.
    In Italia invece, abbiano circa il 45/50% di assoluzioni, significando per questo che, manca un filtro nelle indagini preliminari laddove la figura del Gip è troppo remissiva verso le richieste dei PP.MM., rinviando a giudizio anche persone innocenti o comunque estranee ai fatti di causa.
    Se passa la riforma, si faranno meno processi e si velocizza la durata dei dei tempi della giustizia: Una rivoluzione!

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