Professione contabile: equivoci di bilancio nelle scritture contabili obbligatorie!

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Professione contabile: equivoci di bilancio nelle scritture contabili obbligatorie!

 

Correva l’anno 1999 quando, lasciato volontariamente il Corpo della Guardia di finanza dopo circa trent’anni di ininterrotta appartenenza in incarichi, ruoli e impieghi diversi, transitai in un Gruppo bancario per occuparmi di “caccia ai soldi sporchi” o, per dirla meglio, comprendere e individuare con la necessaria sollecitudine  i “flussi finanziari di dubbia provenienza”, nel quadro della collaborazione attiva imposta dalla normativa nella lotta al riciclaggio di denaro sporco.

Non è stato facile, avendo cercato di adattare il modus operandi utilizzato nel Corpo della Guardia di finanza alla pratica applicazione della normativa, cercando di facilitare al massimo l’operatività nelle Filiali, onde creare, anche attraverso una intensa e continua formazione antiriciclaggio con una casistica operativa mirata, un’adeguata serenità professionale per affrontare al meglio e con la sinergia necessaria l’annoso fenomeno della lotta al riciclaggio.

L’impostazione nel suo complesso si è rivelata efficace, posto che mi ha consentito di superare indenne  e senza rilievi ben cinque ispezioni dell’Organismo di vigilanza (Uic della Banca d’Italia), di cui tre indirette su banche sulle quali avevamo il controllo al 100%.

Se nel ruolo precedente di “finanziere” utilizzavo le informazioni di bilancio per individuare, a scandaglio, le poste da sottoporre a verifica fiscale per un eventuale recupero a tassazione, arrivando in banca l’ho spesso guardato per riscontrare l’esercizio effettivo di una dichiarata attività economica, spesso esistente solo sulla carta (truffa alla Pubblica amministrazione pere contributi indebiti o cartiere per produrre fatture false).

In ambo i casi, tali informazioni, accompagnate dai contenuti del conto economico e della nota integrativa, mi hanno sempre fornito elementi di conoscenza di assoluta rilevanza.

Gli accadimenti più recenti riguardanti i diversi fallimenti di istituti di credito medio grandi, ci devono indurre a qualche riflessione circa la funzione e l’importanza dei “bilanci di esercizio” devono avere e, per essi,  la loro corretta lettura ed interpretazione.

Quello che è successo nel mondo bancario, malgrado la normativa vigente nel nostro Paese, almeno sulla carta, rappresenti il miglior argine per la tutela del risparmio e degli azionisti di minoranza: sulla carta, mentre la realtà ha smentito le migliori previsioni.

Così non è stato e a mio modo cercherò di commentarne le cause, convinto come sono che aver trascurato una lettura critica ed approfondita dei bilanci di esercizio ha costituito la principale concausa dei numerosi disastri.

Ogni azienda, da sempre, quale che sia il settore economico e per quanto possibile, pone in essere ogni sforzo per apparire un bilancio credibile, trasparente e veritiero.

Molto spesso invece, sia pure per finalità diverse – ridurre il carico tributario o evidenziare una solidità patrimoniale fittizia o inesistente – la verifica di bilancio, se letto con la necessaria abilità evidenzia lacune, omissioni, mezze verità o falsi sistematici.

Fallimenti bancari

L’attività investigativa dell’Autorità giudiziaria ci ha detto che l’erogazione del credito allegro, cioè senza garanzie, a “babbo morto”, da parte delle numerose banche fallite – Mps, Veneto Banca, BPV e le quattro banche popolari – sarebbe avvenuto tra il 2007 ed il 2010.

Pertanto, già dal 2011 e fino alla esecuzione degli stress test disposti dalla Banca Centrale Europea finalizzati alla verifica della solidità patrimoniale delle stesse banche, si sapeva che trattavasi di “crediti inesigibili o deteriorati”. Nella realtà, gli stessi crediti, per diversi anni – 2011/2016 – sono stati indicati fra le attività dello Stato patrimoniale quando invece e più correttamente andavano annoverati alla voce “sofferenze” ovvero perdite, passività.

Una corretta allocazione di tali poste di bilancio, avrebbe imposto alle stesse banche delle rettifiche e contestuali accantonamenti per rafforzare l’aspetto patrimoniale ed evitato quello che è successo dopo: il disastro per insolvenza, default.

Questo occultamento circa il reale stato di salute, quello che si chiama “solidità patrimoniale” è stato compromesso tanto dall’elevato monte sofferenze, ma anche e soprattutto dall’occultamento del reale stato di salute delle banche nelle pieghe dei diversi bilanci di esercizio.

L’assenza o l’insufficiente azione di controllo da parte degli Organi di vigilanza ha fatto il resto, contribuendo ad amplificare la voragine dell’attivo patrimoniale in danno dei risparmiatori.

Anche qui, le ambiguità, omissioni e falsità nei bilanci hanno avuto un ruolo decisivo nei successivi fallimenti.

Lotta al riciclaggio di denaro sporco

In epoca recente, mi veniva esibita una posizione alquanto complicata evidenziata da un conto aziendale presso una banca, acceso da una società uni-personale, con oltre dieci milioni di euro di fatturato, laddove il Responsabile di filiale era allarmato dai continui ed ingenti prelievi di denaro contante fatti per cassa dall’amministratore.

Più precisamente, sulla base di taluni approfondimenti successivi si rilevava che:

  • Si trattava di una Srl uni-personale, operante nell’ambito di una holding attiva nel settore delle “costruzioni per civili abitazioni”, dedita alla produzione e commercio di “tondini di ferro”;
  • Ogni anno, modificava la denominazione sociale[1], pur lasciando intatto il capitale di costituzione, sede legale e amministratore unico;
  • Gli accrediti sul conto aziendale intestato alla società di cui trattasi erano tutti tracciabili, con bonifici e tutti provenienti dalla “capogruppo”[2];
  • Gli addebiti, al contrario, erano effettuati con continui prelievi di denaro contante, in media ogni 15 giorni, nella misura variabile fra i 300 e i 500 mila euro alla volta[3];
  • Il sospetto maturato portava a ritenere un giro di “false fatturazioni”, sulla scorta di motivazioni abbastanza ragionevoli – fatturato ingente sviluppato solo con la capogruppo e uscite poco trasparenti – restituite brevi manu nelle mani della capogruppo per consentire a quest’ultima la costituzione di “fondi neri” (per fare quello che non si dice, come corrompere funzionari della Pubblica amministrazione), annotazione di costi fittizi per le false fatture emesse dalla Srl uni-personale, con notevole abbattimento del carico tributario.

La prova del nove, a conferma dei sospetti già ragionevolmente maturati si sono avuti dalla lettura dell’ultimo bilancio di esercizio acquisito dalla locale Camera di commercio: nel Conto economico riferibile all’esercizio esaminato, risultava completamente assente la voce “costo del personale” (salari e stipendi, oneri sociali, trattamento di fine rapporto).

Le fatture emesse da un’azienda priva di dipendenti e beni strumentali idonei  sono false (Cassazione n.27574 del 20 novembre 2008). 

Verifica fiscale – Modus operandi

Appena giunto a comandare un Reparto della Guardia di finanza in terra di Calabria e, ancora di più successivamente a Bari in terra di Puglia, trovai diverse pattuglie di collaboratori impegnati in attività di verifiche fiscali a carattere generale che, sovente, duravano anni.

Introdussi da subito modifiche sostanziali, adottando il metodo del “mordi & fuggi”, riducendo al massimo a tre mesi la durata temporale per la esecuzione delle verifiche generali.

La nuova metodologia operativa, non solo decuplicò il rendimento quali quantitativo dell’attività di verifica fiscale.

Conclusioni

Ho voluto riassumere queste brevi esperienze operative per sottolineare l’importanza del documento contabile, soprattutto con riferimento alla sua utilità tanto nella gestione dell’impresa, ma anche sotto il profilo dell’attività di controllo e delle scelte di gestione.

Se tutto ciò è vero, ne consegue, contrariamente a quello che può apparire in prima facie, il grande contributo che può essere fornito dalla categoria delle “professioni contabili” nel dispositivo di lotta al riciclaggio di denaro sporco e finanziamento del terrorismo nella comune convinzione che la “collaborazione attiva” significa l’applicazione di mero buon senso.

Provare per credere!

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[1] Da intendersi come significativo sintomo di sfuggire ad azioni investigative

[2] Secondo elemento di grave sospetto, perché la stessa rappresentava l’unico cliente acquirente dei “tondini di ferro” utilizzato per le costruzioni in cemento armato delle attività edilizie

[3] Terzo e grave sospetto, laddove la tipologia di operatività in uscita dal rapporto di conto non consentiva di comprendere la destinazione delle provviste

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