Sospensione dell’operazione: eccezioni pericolose!

Sospensione operazione
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Sospensione dell’operazione: eccezioni pericolose!

 

L’appello in Cassazione del Procuratore della Repubblica di Genova finalizzato ad ottenere il sequestro giudiziario della somma di circa 50 milioni di euro (€. 48.969.617,00 per l’esattezza) ha avuto successo: la Suprema corte ha detto si!

La somma in questione, secondo le risultanze processuali che hanno visto la condanna per truffa ai danni dello Stato dell’ex segretario della Lega Nord – Umberto Bossi  & Figli, insieme al cassiere Francesco Belsito – sarebbe il profitto del reato, da sequestrare ad ogni costo ed ovunque si trovi, hanno sentenziato i Supremi giudici.

Purtroppo ad oggi il malloppo è scappato e bisogna trovarlo, vivo o morto, mi verrebbe da dire!

Nell’autunno del 2017, ci furono valutazioni diverse  fra l’ufficio inquirente della Procura della Repubblica e lo stesso Tribunale di Genova, circa l’opportunità del sequestro della ingente somma.

Secondo il Pubblico Ministero però: “Una volta stabilito che, quando il profitto e il prezzo del reato è costituito da denaro non occorre dimostrare il nesso di pertinenzialità tra le somme da sottoporre a sequestro e il reato, non può evidentemente porsi un limite di carattere temporale all’esecuzione del sequestro, ma solo quello della concorrenza dell’importo complessivamente corrispondente al profitto o al prezzo del reato, anche con riferimento a crediti futuri ovvero somme depositande.”

Con la sentenza 29923 del 3 luglio 2018 è stato stabilito che, avendo accertato il reato base della truffa in danno dello Stato i cui protagonisti del malaffare sono stati già condannati, bisogna assalire la provvista ovvero i proventi della citata truffa o attraverso un sequestro patrimoniale diretto oppure attraverso un sequestro per equivalenza. Il tenore della pronuncia infatti, nel confermare l’assunto del Procuratore della Repubblica appare estremamente chiaro: “”La fungibilità del denaro e la sua stessa funzione di mezzo di pagamento non impongono che il sequestro debba necessariamente colpire le medesime specie monetarie illegalmente percepite, bensì la somma corrispondente al loro valore nominale, ovunque venga rinvenuta, una volta accertato, come nel caso in esame, il rapporto pertinenziale, quale relazione diretta, attuale e strumentale, fra il danaro oggetto del provvedimento di sequestro ed il reato del quale costituisce il profitto illecito. Trattasi infatti di assicurare ciò che proviene dal reato la cui confisca è obbligatoria ai sensi del combinato disposto degli artt. 640 quater e 322 ter co 1 c.p.”.

Causale dei prelievi

Con la indagine in corso e con il rischio concreto di un  sequestro preventivo da parte dell’Autorità giudiziaria, qualcuno all’interno della Lega, qualcuno che contava e conta ancora oggi, forse anche di più e che possiamo solo immaginare, ha ritenuto opportuno traslocare la ingente provvista allocandola in mani più sicure, con lo scopo ultimo di sfuggire all’assalto giudiziario.

Responsabilità del soggetto obbligato: banca o professionista!

La domanda che ci si deve porre oggi è: la banca ovvero i professionisti legali e/o contabili eventualmente coinvolti, sapevano dell’indagine nei confronti dei vertici amministrativi e politici della Lega Nord all’epoca del trafugamento?

Se è si, come ragionevolmente si può intuire considerata la notorietà degli indagati – l’allora Segretario Umberto Bossi, il Trota & Robertino, figli del Senatur  (tutti coinvolti e condannati nella truffa ai danni dello Stato) nonché l’allora Tesoriere Belsito – perché la banca presso cui erano radicati i rapporti di conto corrente, depositi o quant’altro, non ha fatto nulla per provocare la sospensione dell’operazione da parte dell’Unità d’informazione finanziaria della Banca d’Italia?

A ben guardare, oggi, non vorrei trovarmi al posto della banca od anche degli eventuali professionisti a vario titolo coinvolti che, nella migliore delle ipotesi, se non in una ipotesi di concorso in riciclaggio, rischiano sicuramente la contestazione per Omessa segnalazione di operazione sospetta avendo completamente disatteso un passaggio del Decalogo della Banca d’Italia che testualmente recita: “Massima tempestività nella segnalazione è assicurata ove l’operazione preveda il rilascio al cliente di contante o valori assimilabili, per significativo ammontare, soprattutto se la medesima è effettuata da soggetti sottoposti a indagini penali o a misure patrimoniali di prevenzione ovvero da soggetti agli stessi collegati.[1]

Al netto delle inevitabili responsabilità penali in capo a coloro che hanno disposto ovvero eseguito il trasferimento della ingentissima provvista finanziaria, riscontrabili attraverso una verifica a ritroso delle uscite di cassa, a cominciare dall’accusa di “riciclaggio – ex art.648bis del c.p.”, se una condotta passiva di tal fatta dovesse essere confermata in capo al soggetto obbligato – in primis la banca – la sanzione per omessa Sos è contemplata nel 4° comma dell’art.57 del D.lgs 231/07 che recita: “Salvo che il fatto costituisca reato, l’omessa segnalazione di operazioni sospette è punita con una sanzione amministrativa pecuniaria dall’1 al 40% dell’importo dell’operazione non segnalata”.

Insomma, teniamoci pronti: le sorprese non mancheranno!

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[1] Decalogo Banca d’Italia – Edizione 2001 – Istruzioni operative per l’individuazione di operazioni sospette – Punto 4.3

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