Banche italiane: prossima bomba ad orologeria si chiama Popolare di Bari

Banche italiane: prossima bomba ad orologeria si chiama Popolare di Bari
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Banche italiane: prossima bomba ad orologeria si chiama Popolare di Bari

La saga del «risparmio tradito» si arricchisce di nuovi protagonisti: dopo il fresco salvataggio di Carige, deliberato in questi giorni dal Fondo di tutela dei depositi, si guarda già a quale sarà il prossimo caso. Ecco il nome della banca che mette paura agli investitori

La prossima bomba ad orologeria pronta all’innesco si chiama Banca Popolare di Bari. Mentre il grande audience mediatico e il comitato di gestione dello Schema volontario del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) si stanno occupando del delicato caso di Banca Carige, l’Aduc (acronimo dell’Associazione che tutela i diritti dei consumatori) getta una luce sul caso della popolare pugliese. Sul sito dell’associazione si legge quanto segue:

Anche se si fa finta di non saperlo, la Banca Popolare di Bari sta più di là che di qua. Da sei mesi circolano voci di una necessità di capitale per 250-350 milioni e ad inizio dicembre la BCE comunicherà il risultato della sua analisi (Srep) sulla banca.

A questo proposito fra l’ultima settimana di novembre e la prima di dicembre vi saranno alcune date cruciali di questo processo. Il 30 novembre infatti l’assemblea del Fitd si riunirà per deliberare sulla proposta d’intervento sul bond subordinato di Banca Carige per un massimo di 320 milioni di euro. L’istituto pugliese, invece, a dicembre convocherà l’assemblea per trasformarsi in Società per Azioni, in virtù della legge che obbliga i maggiori istituti popolari a quotarsi in Borsa.

Vista la situazione in cui versa il Fondo interbancario di tutela dei depositi, l’Aduc suggerisce, per non perdere tempo duplicando il lavoro, un pronto intervento anche sulla Popolare di Bari: «il 30 novembre converrà deliberare non solo i 320 milioni per Carige, ma anche un’analoga somma per la Popolare di Bari. Facciamo 700 milioni in due».

Fondo interbancario di tutela dei depositi a secco?

Sebbene la delibera dell’assemblea del Fondo interbancario di tutela dei depositi sulla proposta di intervento su Carige sia necessaria, Aduc esprime anche alcune perplessità in merito alla capienza del Fondo stesso. Ecco quali:

A seguito del perfezionamento dell’intervento a favore di Caricesena, Carim e Carismi, la dotazione patrimoniale dello Schema volontario è stata utilizzata per 784 milioni di euro, a fronte dei 795 deliberati. Restano, quindi, nella disponibilità dello Schema volontario 6 milioni di euro, rivenienti dal minor costo dell’intervento, oltre a 5 milioni di euro rappresentativi dell’impegno assunto dalle banche per i fini di cui sopra


Banca Popolare di Bari, andamento da giugno 2017. Fonte: Bloomberg

Al momento, le azioni della Banca Popolare di Bari sono quotate sul circuito Hi-Mtf (ISIN IT0000220514). Oggi valgono 2,38 euro per azione, in calo del 65,51% rispetto al momento della sua quotazione avvenuta nel giugno 2017.

La saga del “risparmio tradito” degli italiani

Ricapitolando i fatti, era il 2015 quando quattro istituti bancari del Belpaese (Banca Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di risparmio di Ferrara e CariChieti) furono salvati dal cosiddetto “decreto salva-banche” varato dal Governo. Il salvataggio di questi istituti di credito, che insieme valevano appena l’1% dell’intero mercato bancario italiano, costò più di 5,3 miliardi di euro al comparto bancario.

Le quattro banche vennero poi depurate dalla loro parte di bilancio “marcia” e acquistate da Ubi Banca e BPER Banca per la cifra simbolica di 1 euro nella prima parte del 2017.

Venne poi il turno, nel 2016, delle banche venete: Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, le quali subirono un primo intervento di 3,5 miliardi di euro dal fondo Atlante promosso dall’allora Governo Renzi.

Questo primo aiuto non basta a calmierare la crisi delle due popolari, che hanno bruciato oltre dieci miliardi di euro. Lo Stato si è trovato così costretto ad intervenire con 4,8 miliardi di euro sotto forma di iniezione di liquidità e altri 12,4 miliardi di euro in forma di garanzie per permettere a Intesa Sanpaolo di salvare ciò che rimaneva di buono. Ciò è stato fatto in quanto il rischio che derivava da un fallimento delle due venete avrebbe potuto diventare sistemico.

I conti pubblici non sono rimasti di certo indenni da ripercussioni: Eurostat ha chiarito che l’impatto avuto da queste operazioni è di 4,7 miliardi di euro sul deficit e 11,2 miliardi di euro sul debito.

Quest’anno è stato il turno di Carige, dove è intervenuto il Fondo Interbancario (nel suo schema volontario) per limare il pericolo di un fallimento. Il Consiglio di Amministrazione dell’istituto genovese ha approvato nei giorni scorsi una manovra di rafforzamento patrimoniale da 400 milioni di euro (per approfondire).

Il timore che anche la Banca Popolare di Bari possa aggiungersi a questa triste lista si fa largo.

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