CONDOMINIO: Conto corrente obbligatorio

        

Desidero un
chiarimento sulla nuova normativa relativa al condominio, ex legge di riforma
220/2013 (entrata in vigore il 18 giugno 2013).

Ho letto
attentamente tutte le novità sulla gestione amministrativa del condominio.
Alcune le condivido, altre un po’ meno.

Tra queste,
quelle che disapprovo di più è quella di considerare il condominio un’impresa
e, quindi, di costringere l’amministratore ad aprire un conto corrente bancario
molto oneroso sia nei costi che nel trattamento fiscale.

Vorrei
sapere anche quali sanzioni sono previste nel caso in cui il condominio non si
adegui alla nuova normativa (o lo fa in modo parziale) e qual è l’istituzione
preposta al controllo, e, quindi, alla somministrazione dell’eventuale
sanzione.

M.T. ROMA

R I S P O S
T A

Come lo
stesso lettore osserva, il dovere di aprire un conto corrente dedicato è un
obbligo che la riforma impone all’amministratore. Non si tratta, peraltro, di
una vera novità.

Già prima
della riforma, infatti, la giurisprudenza considerava l’apertura di un conto
dedicato necessaria per assicurare una gestione trasparente, che scongiurasse
confusioni e sovrapposizioni tra il patrimonio del condominio e quello dell’amministratore
o di altri differenti condomini dallo stesso amministrati (Cassazione, 7162/2012).

Con la
riforma, tuttavia, l’assemblea non potrà più efficacemente dispensare l’amministratore
dall’obbligo di aprire il conto corrente condominiale (Cassazione, 10199/2012).

Non ci sono
autorità preposte al controllo, ma, se l’amministratore non si adegua, egli
potrà essere revocato giudizialmente su ricorso di qualunque condomino
(articolo 1129, n.3, del codice civile).

Pertanto,
oggi i condomini possono sottrarsi alle spese del conto corrente solo evitando
di nominare un amministratore. Se le unità immobiliari sono più di otto, però,
ciascuno di essi (o l’amministratore dimissionario) potrà pretenderne la
nomina.

DAL SOLE 24 ORE DEL 9 SETTEMBRE 2013

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