GLI ORRORI – Il giornalismo,tra informazione e inchiesta

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GLI ORRORI – Il giornalismo,tra informazione e inchiesta

 

In un epoca dominata dalla logica del profitto e dall’avidità di ricchezza, anche il mondo dell’informazione deve sottomettersi ai dettami del consumismo.
Il direttore di una qualsivoglia testata giornalistica o l’editore di una qualsivoglia rete televisiva sono oggi vincolati all’esigenza di divertire ad ogni costo, confezionare un prodotto vendibile, che possa attirare l’attenzione del pubblico ed essere meno noioso possibile.
In nome del “dio audience” o dell’indice di gradimento, il timore di perdere consensi ha portato in tutti i consessi televisivi a dare priorità alla rissa e non al dibattito, alla polemica e non alla dialettica, nonché a privilegiare, in tutti i modi, lo scontro tra le persone a scapito del confronto tra gli argomenti: è il trionfo del talk-show tra interlocutori anonimi ed intercambiabili.
Al pari della TV, il mondo del giornalismo vede sempre sacrificata la figura dell’editorialista e del reporter autore d’inchieste a favore del “cronista dell’annuncio ad effetto”. L’informazione, l’inchiesta o l’intervista approfondita cedono il posto al gossip, alle tematiche morbose, al racconto del quotidiano, al chiacchiericcio insignificante.
La politica editoriale della notizia immediata e “a breve termine”, non già dell’approfondimento, è la chiave di lettura di un dato agghiacciante: nel 2007 soltanto l’8% delle notizie trasmesse dai tg italiani
(n° 6.426 su un totale di n° 83.200) è stato dedicato alle crisi umanitarie (il 2% in meno dell’anno precedente).
Le vicende occorse in Birmania (ufficialmente Myanmar dal 1989) sarebbero rimaste ignorate se, nel settembre del 2007, i monaci buddisti non avessero dato vita a pacifiche mobilitazioni in segno di protesta contro i soprusi, le violenze e le restrizioni della dittatura filo-governativa.
La regione africana del Darfur sarebbe rimasta sconosciuta se non fossero state avviate campagne di sensibilizzazione e raccolta fondi a sostegno dei 5 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni che muoiono ogni anno.
Trovano, parimenti, poca o nessuna visibilità tematiche quali l’AIDS (2 mln di morti all’anno), la malaria (una morte ogni 3 sec.) o la fame nel mondo (4 bambini morti ogni 30 sec.).

Si tratta di “crisi dimenticate” dai media – così definite dall’organizzazione “Medici senza Frontiere” – che causano milioni di morti ogni anno e che non fanno notizia, non sono significative e non sono rilevanti a meno che non siano riconducibili a eventi, luoghi o personaggi occidentali.
Così, ad esempio, la guerra civile in Colombia è passata agli onori della cronaca “per merito” di Ingrid Betancourt, sequestrata e tenuta prigioniera dalle F.A.R.C per 6 anni: non tutti sanno che – ad oggi – ben 4 milioni di colombiani sono stati costretti a lasciare le proprie case a causa delle violenze dell’esercito dei paramilitari e dei ribelli.
L’omicidio della giornalista Ilaria Alpi – peraltro avvenuto in circostanze non ancora del tutto chiare e sul quale si abbatte l’ostilità e l’omertà delle istituzioni – ha portato alla ribalta gli orrori in Somalia.
Della guerra in Sri Lanka se ne dà notizia solo in occasione del ferimento dell’ambasciatore italiano.
Tra le notizie ignorate e taciute si annovera anche la guerra in Cecenia dove, nella totale miopia internazionale – continuano aspri combattimenti tra esercito e ribelli indipendentisti.
La lista delle crisi dimenticate continuerebbe con i riferimenti ai drammi delle popolazioni civili di Zimbabwe, Congo, Repubblica CentrAfricana o addirittura di Haiti, dove violenze e disastri naturali fanno dell’isola caraibica la regione con il più alto tasso di mortalità infantile del centro-america: a queste crisi, i tre maggiori network americani – CNN, Cbs e Nbc – hanno dedicato, nel 2003, solo 30,2 minuti di informazione, lo 0,2% dei 14.635 minuti di programmazione serale coperta dai notiziari.
C’è una città messicana di cui poco si parla e nulla o quasi si conosce, le cui vicende sono assai emblematiche circa il grado d’informazione di cui si dispone oggi.
A Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti, dal 1993 ad oggi sono state uccise più di 400 donne e ne sono scomparse 900. Si tratta, purtroppo, di stime approssimative per difetto perché non vi sono dati certi, tanto che le vittime potrebbero essere migliaia. Il motivo è presto detto. In questa “amena” località messicana – peraltro sede universitaria – moltissime donne giungono, anche da sole, per lavorare nelle cosiddette “maquilladores”, ovvero le aziende specializzate nell’assemblaggio di componenti elettroniche. La manodopera femminile è particolarmente apprezzata perché è ritenuta più affidabile rispetto a quella maschile, oltre che a basso costo. Dietro gli efferati assassinii che si perpetuano a Ciudad, si nasconde il traffico di droga internazionale – di cui la città è centro nevralgico – gestito da clan mafiosi e narcotrafficanti. Questi pretendono “riti d’iniziazione” per coloro che intendano affiliarsi, richiedendo il sacrificio delle donne per valutarne il grado d’obbedienza e/o fedeltà. Le atrocità e le sevizie eseguite (le donne vengono rapite, stuprate, soffocate, uccise, amputate del seno destro e private del capezzolo sinistro) consentono di utilizzare, nella fattispecie, il neologismo di “femminicidio”, perpetrato da anni nell’indifferenza, nel silenzio della polizia corrotta e collusa, con la responsabilità di “pezzi grossi”. Per Ciudad Juarez hanno fatto sentire la propria voce volti noti del mondo dello spettacolo, quali Jane Fonda e Jennifer Lopez: quest’ultima è stata produttrice ed interprete di una pellicola dedicata al fenomeno – cfr. ” Borderline ” – apprezzata da Amnesty International ma – ahimè! – passata sotto silenzio ai botteghini.
A Ciudad si cerca giustizia, come pure in Colombia, Congo, Cecenia, Repubblica CentrAfricana, Sudan, Burundi e chissà in quali altre regioni del pianeta.
Supponendo che anchorman cerimoniosi e giornalisti compiacenti siano impegnati non già nella ricerca della giustizia bensì nella ricerca degli indici di ascolto, al lettore/ascoltatore non rimane che “spegnere la televisione e accendere il cervello” e non attendere che un altro ambasciatore venga ferito, un’altra Betancourt venga rapita, un’altra donna messicana venga torturata, un’altra Alpi venga assassinata.
Perché di loro si continui a parlare, perché non vengano dimenticati, perché laddove manca la giustizia è importante che la si invochi, perché l’indifferenza – come recitava George Bernard Shaw – ” è il peggior peccato contro i nostri simili.
 Bari, 19 novembre2008

 

francodibiase@virgilio.it

 

 

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