Import-export: fisco, controlli & fantasia!

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Import-export: fisco, controlli & fantasia!

 

Il titolo principale della prima pagina del Sole 24 ore di oggi: << Il fisco riscrive le regole per i controlli sulle società>> aggiungendo nell’occhiello dell’articolo “Più certezze sulle operazioni commerciali con l’estero”[1].

Il tema, in prima battuta, mi ha ricordato il disastro della Parmalat, avvenuto agli inizi degli anni duemila, società quotata in borsa e colosso mondiale dell’alimentazione che, pur producendo prodotti di qualità, giunse al completo fallimento con gravissimo nocumento dei risparmiatori.

Ricordo un paio di aneddoti degni di nota che, più di altri, credo che possono meglio lumeggiare le origini del disastro sotto il profilo economico e finanziario che, come di consueto, nessuno ha visto o comunque prevenuto[2]:

  1. Ripetute emissioni di obbligazioni da parte della Parmalat, presentando a garanzia delle operazioni la titolarità di un fondo patrimoniale di svariati miliardi di dollari alle Isole Cayman, successivamente rivelatosi inesistente.

Pensate, per fare una equivalenza, il cittadino che deve comprare una casa per abitare e, pur tenendo svariati milioni di euro nell’armadio di casa, decide di rivolgersi alla banca per chiedere un mutuo ipotecario: pazzia assoluta! 

  1. Sconti Tetrapak – Società svedese, unica fornitrice di confezioni in carta speciale per il latte o prodotti alimentari.

Malgrado forniture stratosferiche, rapportate al fatturato della Parmalat, per anni è una società che non ha mai praticato sconti nelle ingentissime forniture, almeno ufficialmente di quanto veniva annotato nelle scritture contabili.

Nella realtà, per come si è visto dopo lo scandalo e le conseguenti indagini della Guardia di finanza e per la stessa ammissione del ragioniere Fausto Tonna, lo sconto veniva “accantonato” su un conto svizzero a beneficio del patron Tanzi, risultato essere uno dei maggiori canali di approvvigionamento del nero aziendale, prodotto grazie ad una “sovrafatturazione” di estero su estero.

Morale: forniture ingenti, nazionali od estere sottendono sempre uno sconto che nessun organo di controllo ha neanche lontanamente immaginato fino ad un minuto prima dello scoppio dello scandalo.

Conclusioni

Al netto della mia deformazione professionale certamente maturata per la tipologia di lavoro svolto nei circa trent’anni nella Guardia di finanza e negli otto in un Gruppo bancario a cercare “soldi sporchi”, è innegabile che uno dei canali ancora oggi utilizzati dalle grandi aziende che operano con l’estero, ovvero per operazioni infra-gruppi, siano proprio le sotto o sovra fatturazioni, rispettivamente riferibili all’export e import.

Tale modus operandi, oltre a determinare un abbattimento dell’imponibile e quindi un significativo risparmio di imposta da versare, consente di accantonare grandi liquidità (c.d. fondi neri) per fare quello che non si dice, qualche volta al massimo si sussurra o lo si immagina soltanto: corruzione.

L’esigenza quindi di meglio regolamentare il settore, riscrivendo le regole per meglio contrastare le tante formule elusive – soprattutto infragruppo – attraverso il transfer pricing, utilizzando al meglio le regole di libera concorrenza già in uso in ambito Ocse[3].

Anche in questa fase, il ruolo del professionista contabile, operante fuori o dentro l’azienda, rappresenta un canale decisivo per correggere e allineare la condotta degli operatori economici a criteri di linearità e sana gestione, antiriciclaggio compreso!

Buon lavoro!

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[1] Sole 24 ore del 22 febbraio 2018

[2] Controllo interno, Collegio sindacale, Organismo di vigilanza ex 231/01 e finanche la società di revisione che mi risulta essere stata condannata in concorso con gli amministratori dell’epoca

[3] Convenzione sull’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, firmata il 14 dicembre 1960,ed entrata in vigore il 30 settembre 1961, sostituendo l’OECE, creata nel 1948 per amministrare il cosiddetto “Piano Marshall” per la ricostruzione postbellica dell’economia europea

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