L’EVASIONE FISCALE NON E’ UN PROBLEMA, E’ IL PROBLEMA

Evasione fiscale

L’EVASIONE FISCALE NON E’ UN PROBLEMA, E’ IL PROBLEMA

Quando facevo parte della Guardia di finanza (1972/1999), all’apertura di una verifica fiscale si procedeva agli accertamenti bancari quando riscontravamo seri indizi di evasione e non c’era la collaborazione del contribuente.
Immaginiamo che un imprenditore medio aveva tre o quattro conti intestati all’attività economica (cc.dd. conti aziendali), in genere con banche diverse per una maggiore apertura di affidamenti e linee di credito.
Aggiungiamo a questi almeno altrettanti conti personali intestati allo stesso imprenditore, ai familiari più stretti (moglie e figli) e in qualche caso anche a qualche socio.
In pratica, avevamo da controllare qualcosa come una decina di conti correnti, con estratti conto chilometrici riepilogativi della storia economica degli ultimi cinque anni: un lavoro immane che spesso, non ripagava in alcun modo in termini di recupero dell’imponibile sottratto alla tassazione, per il grande lavoro svolto.
Racconto questo aneddoto di vita vissuta solo per sottolineare che non basta dire, come sovente mi capita di leggere anche su riviste qualificate: Evasione fiscale: aumentano i controlli sul contante detenuto in banca; Evasione fiscale: più controlli in banca.
Aria fritta anzi peggio, aria inquinata!
Evasione fiscale
Se quando facevo il finanziere avevo dei sospetti, quando sono andato a lavorare in banca ho avuto alcune conferme anzi, molte conferme: la banca sa tutto di quel cliente primario che il fisco chiama “contribuente”, in quanto soggetto passivo d’imposta.
La lotta all’evasione è una faccenda seria che non si può fare con gli slogan, ma con iniziative concrete, mirate ed efficaci secondo gli obiettivi che si vogliono raggiungere.
Quando si dice “più controlli in banca”, per onestà intellettuale, bisognerebbe anche aggiungere verso chi, quando e come bisogna fare questi controlli.
Fare controlli a massa, senza criterio, non servono a niente: si perde tempo e non si risolve il problema della evasione.
Cominciamo con il dire che se in Italia l’evasione fiscale ha raggiunto livelli patologici molto è dovuto all’eccessiva tassazione ma anche alla quasi certezza dell’imprenditore di farla franca.
Ci sono aziende che – commercialmente parlando – da quando nascono a quando muoiono non ricevono mai un controllo fiscale.
C’è tutto il tema delle cc.dd. partite Iva morte che producono danni indicibili alla economia sana (fatturazione per operazioni inesistenti, cartiere, frodi carosello all’Iva comunitaria), nell’assoluta o insufficiente attenzione dell’amministrazione finanziaria.
Conclusioni
A mio avviso le banche, quali sostituti d’imposta, all’atto del versamento che fanno annualmente all’Erario dell’imposta trattenuta sugli interessi corrisposti alla clientela sul risparmio amministrato, dovrebbero comunicare questa voce all’Anagrafe tributaria.
Il metodo è semplicissimo e faccio un esempio.
Se a me cliente Giovanni Falcone è stata fatta una ritenuta di 300 mila euro, sapendo che la ritenuta è del 20%, in tempo reale l’Anagrafe tributaria può conoscere la mia giacenza media in quella determinata banca. Collegando questa informazione al mio Codice fiscale, in tempo reale, la stessa Anagrafe tributaria può conoscere la mia giacenza media verso l’intero sistema creditizio.
Con questa informazione, in tempo reale si può sapere chi sono i clienti con maggiori disponibilità. Incrociando questa informazione con l’attività economica dichiarata, ovvero i redditi disponibili, posso individuare gli evasori fiscali (quelli che chiudono con i bilanci in perdita nel mentre crescono i conti extracontabili, a volte intestati anche a prestanomi).
Così’ facendo, gli accertamenti bancari verrebbero rivolti unicamente nei confronti di tali soggetti con l’assoluta certezza di recuperare imponibile sottratto alla tassazione.
Intanto così è se vi pare!

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