Omessa segnalazione di operazione sospetta: Rischio licenziamento del dipendente (responsabile di filiale, consulente corporate e/o altri)!

Sos: Licenziato
Sos: Licenziato

Omessa segnalazione di operazione sospetta: Rischio licenziamento del dipendente (responsabile di filiale, consulente corporate e/o altri)!

 

Quando mi è capitato di difendere qualche sventurato perché accusato dall’Organo di vigilanza della Banca d’Italia ovvero da una pattuglia della Guardia di finanza, circa una presunta omessa segnalazione di operazione sospetta, a fattor comune, ho cercato di seguire uno standard nell’organizzare una strategia difensiva.

Prima ancora di entrare nel merito della contestazione, relativamente all’operazione effettuata dal cliente e presuntivamente non segnalata, ho svolto degli approfondimenti preliminari quali:

  • Riscontro circa la esistenza di un Modello organizzativo e annesso Codice etico da parte dell’azienda bancaria di riferimento, atto a contemplare il reato presupposto dell’art.648bis del c.p. ovvero la normativa di riferimento ex d.lgs 231/07 e smi. In proposito e per quanto possibile, ho cercato di capire e circoscrivere l’attività svolta dall’Organismo di vigilanza, avuto riguardo alla sua composizione (autonomia e professionalità), avuto riguardo all’attività concretamente svolta nell’ambito della formazione e controlli svolti;
  • Verifica dell’attività formativa, in concreto, svolta dalla banca a beneficio del dipendente destinatario della contestazione amministrativa – direttore di filiale o altri – indicato quale “Autore principale della violazione” e, in solido, verso la stessa banca – ex art. 6 della legge n.689/81;
  • Nella gerarchia di riferimento dell’azienda bancaria, esiste qualche altro profilo professionale (consulente corporate, promotore finanziario, mediatore creditizio etc.) che abbia avuto contatto con il cliente autore della discussa operatività, considerata anomala dagli organi di vigilanza;
  • Con riferimento alla operatività del cliente cui si riferisce la presunta omessa segnalazione, eventuali evidenze dei diagnostici in uso (primo fra tutti il c.d. Gianos – Generatore indici di anomalia operazioni sospette);
  • L’operazione oggetto della presunta “omissione” si riferisce all’esercizio di un’attività economica oppure a quella di un privato consumatore?
  • Più precisamente, si è trattato di un prelievo o di un versamento afferente ad un conto aziendale o conto personale?
  • L’operatività contestata ed oggetto di rilievo appare coerente con il profilo economico-imprenditoriale del cliente?
  • L’attività economica esercitata, è stata mai controllata in concomitanza o subito dopo l’adeguata verifica? Qual è stato l’esito di tale controllo?
  • Il cliente autore dell’operazione che si assume non segnalata, è stato mai oggetto di pregressa Sos e, se affermativo, è stata svolta la c.d. “verifica rafforzata” della sua posizione? [1]
  • In proposito è giunto qualche feedback dall’Organismo centrale (Uif) ex art.41 del d.lgs 231/07?

Pratica operativa

Il più delle volte le contestazioni più comuni che ho avuto modo di approfondire per esigenze di difesa amministrativa innanzi al Ministero dell’economia e finanze, ovvero giudiziaria nella veste di consulente tecnico dell’ufficio legale, hanno per lo più riguardato “versamenti o prelievi di denaro contante” che, a giudizio dell’Organismo di vigilanza meritavano l’inoltro di una “Segnalazione di operazione sospetta”.

Gli stessi organi di vigilanza, hanno spesso ricordato il punto 1.2 del decalogo della Banca d’Italia – Edizione 2001 – “Istruzioni operative per l’individuazione di operazioni sospette” che, testualmente recita: “Frequenti operazioni per importi di poco inferiori al limite di registrazione, soprattutto se effettuate in contante o per il tramite di una pluralità di altri intermediari, laddove non giustificate dall’attività svolta dal cliente”.

Nei vari verbali di constatazione, sistematicamente, veniva sempre omessa l’ultima parte dell’alert del decalogo (la parte riportata in grassetto).

Per quella che è stata la mia personale esperienza maturata in proposito, sovente, tale operatività è stata  strettamente connessa alla tipologia di attività economica esercitata – commercio al dettaglio – che, laddove riconducibile all’esercizio di un’attività economica è facilmente giustificabile. Questo, tanto più se, le risorse finanziarie vengono versate su un conto corrente aziendale che, per definizione presuppongono l’esistenza di una contabilità in regola con la normativa fiscale e tributaria.

A parte la soddisfazione di aver vinto tutti i ricorsi che ho fatto, per sottolineare questo passaggio, appare emblematica la sentenza di Cassazione che ho ampiamente commentato, autentico mostro giuridico in ordine al quale non ho contribuito in alcun modo per mia fortuna – https://www.giovannifalcone.it/antiriciclaggio-innocente/ 

Intanto così è se vi pare!

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[1] Trattasi di un adempimento doveroso alla luce del recente provvedimento Bankit in vigore dal 30 luglio scorso e operativo dal 1° gennaio 2020

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