POVERO MAFIOSO!: La condanna per associazione di tipo mafioso non esclude a priori il gratuito patrocinio in un processo successivo

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Fonte: cassazione.net=============================D’ora in avanti anche chi è già stato condannato in un processo per mafia o per associazioni finalizzate al narcotraffico potrà, in un successivo procedimento, accedere al gratuito patrocinio, dimostrando il livello di reddito previsto dalla legge.
Lo ha stabilito la Corte costituzionale che, con la sentenza n. 139 di oggi, ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 76, comma 4-bis, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di spese di giustizia), “nella parte in cui, stabilendo che per i soggetti già condannati con sentenza definitiva per i reati indicati nella stessa norma il reddito si ritiene superiore ai limiti previsti per l’ammissione al patrocino a spese dello Stato, non ammette la prova contraria”.
Nella sentenza i giudici di Palazzo della consulta sottolineano a più riprese di essere coscienti del fatto che gli appartenenti ad associazioni mafiose o dedite al narcotraffico finiscono prima o dopo per arricchirsi. Ma, secondo il Collegio, una presunzione legale che mette tutti i partecipanti all’associazione, spesso anche quelli che vengono definiti la “manovalanza” criminale, sullo stesso piano non è conforme alla Carta fondamentale. Certo è che, spiega ancora la Corte, all’imputato che chiede di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato non sarà sufficiente, come avviene negli altri casi, un’autocertificazione ma sarà necessaria una concreta prova contraria circa la presunzione che chi ha partecipato a queste associazioni criminali non si sia anche arricchito.
Ma non basta. È inoltre agevole “ipotizzare – hanno poi chiarito i giudici – la situazione di disagio personale, economico e sociale, di chi, partecipe di una associazione di stampo mafioso, tenti il reinserimento nella società, incontri difficoltà a trovare lavoro e sconti, in vari campi della vita di relazione, la sua pregressa appartenenza e si trovi coinvolto in procedimenti penali, nei quali non possa esercitare una difesa adeguata – proprio per dimostrare la sua estraneità al crimine – a causa di una reale condizione di indigenza, il cui accertamento è precluso al giudice dalla norma censurata”. A questo va aggiunto poi che norma caduta sotto la scure dei giudici di Palazzo della Consulta “esplica i propri effetti non soltanto quando il condannato sia chiamato a difendersi in un nuovo procedimento penale, ma anche nel caso del suo coinvolgimento in un processo civile, amministrativo, contabile o tributario, e dunque in situazioni prive del minimo significato, di natura anche soltanto indiziaria, circa l’attualità di un comportamento criminale”. In sintesi, la norma censurata imprime sui soggetti in essa indicati uno stigma permanente e incancellabile, che incide, comprimendolo, sul diritto fondamentale di difesa, così come configurato dall’art. 24, secondo e terzo comma, Cost.
Insomma la questione sollevata dai Tribunali di Catania e di Lecce è stata ritenuta fondata dalla Corte costituzionale.

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GIOVANNI FALCONE
CONSULENTE D’IMPRESA
"ESPERTO ANTIRICICLAGGIO”

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