Stragi mafiose '92
Stragi mafiose '92

STRAGI MAFIOSE “FALCONE-BORSELLINO”: Reazione dello Stato

9 min di lettura
Print Friendly, PDF & Email
STRAGI MAFIOSE “FALCONE-BORSELLINO”: Reazione dello Stato
La reazione delle Istituzioni dell’epoca, al pari di un sano Stato di diritto, furono immediate e, credo, anche di particolare efficacia nella lotta alla criminalità organizzata.
Mi riferisco al Decreto legge 8 giugno 1992, n.306 emanato a 15 giorni dalla strage di Capaci (PA) che ha visto la morte del compianto magistrato Giovanni Falcone, della moglie e tre agenti di scorta (1).
La novità normativa che meglio ricordo di quella legge, in apparenza datata ma straordinariamente efficace laddove applicata dalle Forze di polizia e dall’Autorità giudiziaria è l’art.12 quinquies che riporto integralmente:
ART. 12-quinquies. – (Trasferimento fraudolento e possesso ingiustificato di valori).
1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque attribuisce fittiziamente ad altri la titolarità o disponibilità di denaro, beni o altre utilità al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniali o di contrabbando, ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti di cui agli articoli 648, 648-bis e 648-ter del codice penale, e’ punito con la reclusione da due a sei anni.
2. Fuori dei casi previsti dal comma 1 e dagli articoli 648, 648-bis e 648-ter del codice penale, coloro nei cui confronti sono svolte indagini per uno dei delitti previsti dai predetti articoli o dei delitti in materia di contrabbando, o per delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni previste dallo stesso articolo, nonché per i delitti di cui agli articoli 416-bis, 629, 630, 644 e 644-bis del codice penale e agli articoli 73 e 74 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309 ovvero nei cui confronti si procede per l’applicazione di una misura di prevenzione personale, i quali, anche per interposta persona fisica o giuridica, risultano essere titolari o avere la disponibilità a qualsiasi titolo di denaro, beni o altre utilità di valore sproporzionato al proprio reddito dichiarato ai fini delle imposte sul reddito, o alla propria attività economica, e dei quali non possano giustificare la legittima provenienza, sono puniti con la reclusione da due a quattro anni e il denaro, beni o altre utilità sono confiscati”.
Ordinamento giuridico
Il principio di ordine generale del nostro ordinamento giuridico ovvero di qualunque ipotesi accusatoria di una condotta illecita stabilisce che la prova della illiceità della condotta è rimessa alla polizia giudiziaria.
In pratica, se un cittadino è accusato di una condotta illecita, deve essere la polizia giudiziaria e l’autorità costituita a fornire le prove di quanto afferma.
L’art.12 quinquies appena riportato invece e per la prima volta afferma che, quando si procede nei confronti di persone che siano abitualmente dediti a traffici delittuosi, che vivano con proventi derivanti da tali attività e risultano titolari, ovvero avere la disponibilità a qualsiasi titolo di denaro, beni o altre disponibilità di valore sproporzionato ai redditi dichiarati e dei quali non riescano a giustificare la legittima provenienza, tali disponibilità patrimoniali vengono sottoposte a confisca.
In pratica, venne introdotta la c.d. “Inversione dell’onere della prova” significando che, taluni personaggi in odore di malaffare, devono provare la legittima provenienza del proprio patrimonio e non già il contrario: una vera rivoluzione conseguente alla strage di Capaci.
Analogo e provvedimento di altrettanta efficacia in termini investigativi, veniva approvato un decennio prima, esattamente con la legge 13 settembre 1982, n.646 – a dieci giorni dalla strage di Via Carini a Palermo in danno del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e dell’agente di scortaquando un anonimo scrisse questa frase sul muro adiacente all’eccidio Qui è morta la speranza dei palermitani onesti”.
In questa fase, venne approvata la c.d. legge Rognoni – La Torre, inseguita in vita dal Generale, nella veste di Prefetto antimafia di Palermo ma ahimè, approvata subito dopo la sua morte.
L’elemento di particolare novità di questa legge è contenuto negli articoli 30 e 31 ancora in vigore che impongono ai soggetti condannati in via definitiva per taluni reati – fra i quali il 12 quinquies appena citato ovvero a misure di prevenzione personale come il divieto od obbligo di soggiorno o la sorveglianza speciale – devono comunicare per dieci anni, tutte le variazioni patrimoniali registrate nel corso dell’anno in misura pari o superiore a 10.329,14 euro (vecchie venti milioni di lire).
Poiché il Comando nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Catanzaro presso cui ero in forza (1988/2003) non aveva mai ricevuto una “comunicazione” di tal fatta, partendo dall’elenco dei condannati in via definitiva presso il locale Ufficio Misure di prevenzione e verificando il casellario dei Registri immobiliari, ebbi modo di trovare numerose sorprese che mi consentirono di assalire ingenti patrimoni di origine mafiosa.
Riflessioni doverose
Al netto dei provvedimenti assunti, ambedue sulla scorta di forti scosse emotive provocate dalle stragi mafiose di cui ho accennato, per esperienza vissuta direttamente in terra di Calabria, trattasi di un dispositivo di contrasto di particolare efficacia nella lotta alla delinquenza mafiosa laddove applicato.
In epoca più recente, appena giunto in aula per una giornata di formazione antiriciclaggio a beneficio di una platea molto particolare come: Gico, Ros, Dia e Criminal pool. In pratica, l’Istituzione sul territorio per il contrasto alla camorra, ebbi modo di fare una esperienza irripetibile.
Qual è stata la domanda che mi venne formulata e che nella sua semplicità, meglio di mille parole esprime lo stato complessivo dell’arte o meglio il grado di approssimazione con il quale la tematica de qua viene trattata?
Appena giunto in aula per iniziare la docenza di cui fui incaricato, mi sentii chiedere:“Dr Falcone, ci può dire come mai quando, al termine di lunghe, complesse e defatiganti attività investigative sul conto di sospetti camorristi, quando arriviamo in banca per assalire i patrimoni – risorse finanziarie – troviamo sistematicamente i conti in rosso o addirittura, in molti casi, da tempo estinti. Questo ci provoca una grave frustrazione!” (2).
Conclusioni
Alla luce degli esempi citati, ad oggi, se non vogliamo svegliarci in occasione di qualche altra strage, facciamo in modo da applicare le norme esistenti.
Il fatto che ancora oggi gli indagati per camorra abbiano i conti sempre in rosso o addirittura estinti, è un fatto di una gravità inaudita e non sembra che al netto delle chiacchiere interessi a nessuno.
La strada è lunga e irta di ostacoli!
=====
(1)

LEGGE 7 AGOSTO 1992, N. 356

Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 giugno 1992, n. 306, recante modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalita’ mafiosa. (GU Serie Generale n.185 del 07-08-1992)
(2)
Post precendente

Politica: l’ignoranza non esclude il reato di peculato per chi si appropria dei contributi

Ultimi per